Letteratura

Nadja: creatura ispirata e ispiratrice

Il Surrealismo e il “problema della scrittura”

Il Surrealismo ha certamente avuto un rapporto conflittuale con la parola, non si hanno grandi opere letterarie salvo qualche eccezione tra cui Appolinare1 ed Éluard.

I surrealisti raggiungono i massimi livelli nelle arti visive, quali la pittura e cinema, assumendo nei confronti della scrittura un atteggiamento di insoddisfazione e dunque di ricerca. Certo è, che l’arte dello scrivere non è altro che una continua ricerca del meglio dire adeguandosi alle norme stilistiche o sovvertendole. La novità del Surrealismo non è tanto nella ricerca di un modo di scrivere ma nell’obbiettivo. La scrittura non è più espressione di stati d’animo o di sentimenti, deve rappresentare uno stato fisico-psicologico: la surrealtà2 .

Da qui l’idea dell’ écriture automatique: rappresentare il mondo psichico che ci appare tra la veglia e il sonno, cercare di riprodurre il proprio pensiero su carta senza filtri, così com’è nella nostra testa. Essendo il pensiero fatto di immagini e non di parole è ovvio che i mezzi espressivi più efficaci sono il cinema e la pittura. Ma i surrealisti non si danno pace e, volendo perseguire questo obbiettivo, iniziano ad intraprendere vari esperimenti. André Breton, convinto che la velocità del pensiero non supera quello della parola, sperimenta la scrittura automatica con Soupault utilizzando apparecchi di registrazione, esperimenti freudiani e lavorando spesso in gruppo. Per Breton i risultati sono ottimi, nascono immagini di qualità e le frasi sono piene di emozione, certo non mancano i difetti come errori di costruzione e frasi assurde. Difetti giustificati della filosofia del “non sta a me favorire queste [parole] a spese di quelle”, cioè se una frase è deludente si confida nella prossima, col risultato che non è più l’uomo a scegliere cosa dire: lo scrittore diventa il ricettacolo di parole, un oracolo3.

Questa tecnica potrebbe essere utilizzata per la poesia (intesa nel senso più romantico possibile: più immediata e spontanea di così?) ma com’è applicabile a un romanzo? Di certo Breton non ha scritto Nadja in un pomeriggio con il metodo della scrittura automatica. È egli stesso a fornirci il metodo utilizzato nella prefazione della riedizione del 19624 , nella quale si scaglia contro la descrizione e i personaggi inventati.

L’accusa nei confronti della descrizione5, va giustificata dal contesto storico: i surrealisti uscivano dall’era positivista, reduci del romanzo realista e naturalista. Si potrebbe condividere un attacco alle pagine di Flaubert straripanti di descrizioni, ma resta difficile condividere la critica a Dostoevskij: la pagina tanto aborrita di Delitto e castigo, quella che descrive la stanza dell’anziana uccisa da Raskolnikov, non può essere strappata via come vorrebbe Breton perché rappresenta non un surplus alla narrazione ma è la narrazione stessa. La sola chiave d’accesso a questo protagonista impenetrabile, di cui non conosciamo i pensieri, è il luogo: se non possiamo sapere cosa ha dentro esaminiamo cosa c’è fuori6 . “Voglio che si taccia quando non si sente nulla dice Breton, ma le pareti della stanza dell’omicidio, ogni suo particolare, non sono un silenzio ma sono il grido di Raskolnikov.

La seconda accusa è rivolta ai poco reali personaggi romanzeschi: Breton è scandalizzato dal fatto che da un passante uno scrittore possa ricavare due personaggi o viceversa creare con due personalità un personaggio. Difende l’individualità dell’uomo sostenendo che un protagonista di un libro non si può ritenere un esempio umano generale: “un grappolo non ha due chicchi uguali”. Il surrealista propone il modello huysmaniano: se stessi come personaggi. Abolendo così l’invenzione e trasformando il romanzo in autobiografia “romanzata”. Per Nadja Breton si atterrà a queste premesse estetiche.

Ora dalla teoria passiamo alla pratica: come scrive il suo romanzo?

Ha come base un imperativo anti-letterario7:

  • Le descrizioni vengono sostituite da foto.

  • Il personaggio è lui stesso.

  • Il tono è ricalcato dall’osservazione clinica8.

Potrebbe dunque sembrare un abbandono della scrittura automatica, un certo arrendersi ad una organizzazione logica. Invece l’automatismo non applicato all’ordine delle parole è presente nel non-ordine degli avvenimenti: ne parlerò senza ordine prestabilito, e secondo il capriccio del momento che lascia affiorare ciò che affiora , l’ordine è quello della memoria.

Nasce così l’opposizione tra scrittura semplice, scientifica e struttura indecifrabile: il romanzo ci si presenta come un rebus. È lo stesso Breton a parlarci di enigmi paragonando la sua opera a un quadro di De Chirico: il senso va trovato nella distribuzione degli oggetti. Il disordine si trasforma in un ordine nascosto e impenetrabile. La chiave dell’enigma è Nadja.

Giorgio De Chirico "L'enigma dell'oracolo", 1910

Giorgio De Chirico “L’enigma dell’oracolo”, 1910

Nadja: la “speranza” della scrittura

Il romanzo non inizia con la presentazione della protagonista: l’incontro con Nadja è preceduto da riflessioni del poeta quasi come se nella memoria dovesse fare un resoconto di se stesso prima di iniziare a narrare la storia. Provate a ripensare a un vostro compagno di banco e vedrete che vi verrà spontaneo focalizzare prima voi stessi all’epoca: si osserva l’altro solo avendo come metro di giudizio se stessi. Ma non sono ricordi riesumati a vuoto perché nascondono una sorta di poetica dell’opera.

Il tutto inizia con due domande “Qui suis-je?qui je hante?” . La prima può avere doppia valenza in francese9: être e suivre, domande esistenziali piuttosto diffuse, che corrispondono al chiedersi chi si è e cosa si insegue nella vita. La seconda può avere il significato negativo di chi infesto o quello neutro di chi abito, e qui la cosa è meno ovvia: forse meno persone si chiedono chi abitano. Ma se consideriamo l’influenza delle teorie freudiane e il credere il corpo un ricettacolo di idee e immagini la domanda non appare più così oscura.

Non solo Breton rivolge questa domanda a se stesso ma gli piace chiederla agli altri ed è per questo che quando incontra una donna che non risponde con un nome e un cognome ne rimane affascinato: “Sono l’anima errante” sibila la voce di Nadja e così lo fa suo.

Si incontrano per caso, per strada. André gira per le strade di Parigi nel tipico atteggiamento del flaneur, del poeta che aspetta che la città gli si riveli: ed ecco abbiamo una Parigi attante ricca di luoghi che vivono, ma non nelle descrizioni, essi vivono in Nadja.

Nadja non si trova, si svela. Non è Breton che le fa domande è lei che narra la sua vita, che narra se stessa. Quando però parla dei problemi economici, del suo passato, del suo ex e del suo “grande amico” André si innervosisce, inizia ad odiarla. Non è gelosia la sua, è noia. Noia della vita concreta di Nadja, lui vuole la donna che vaga in preda a visioni nella città, colei che delira, l’anima errante.

Preda della follia Nadja è l’essere che vive tra la realtà e il sogno: è il surrealismo. L’esempio lampante è il gioco che racconta fare abitualmente: chiudere gli occhi e creare storie mettendo insieme le parole che ti vengono in mente.

nadjaIn questo modo Nadja è anche la scrittura. È lei che incita André a scrivere un romanzo su di loro: ”bisogna che qualche cosa resti”. È lei la musa ispiratrice, il suo amour fou non è altro che il fuoco che alimenta l’ispirazione dell’artista. Basti pensare alla mano di fuoco che la donna vede nelle visioni: la mano è lo strumento dell’artista, il mezzo che usa per scrivere, il fuoco è l’amore, la passione, l’ispirazione. Ci torna immediatamente in mente il romanzo di D’Annunzio Il fuoco pubblicato nel 1900, in cui la descrizione dei maestri di Murano che con il soffio alimentano il fuoco che plasma il vetro non è altro che la metafora della creazione dell’opera d’arte. Ma alla fine l’artista abbandona la sua musa: la Foscarina parte da Venezia, Nadja viene rinchiusa in manicomio.

Ciò che resta è la scrittura, come aveva preannunciato Nadja. Ma è una scrittura incompiuta: il conflitto non è risolto. Si chiude tutto con l’immagine di un pittore di Marsiglia che dipinge un tramonto ma le luci cambiano attorno a lui al passare di ogni istante ed è costretto a mutare l’opera in continuazione. Breton è come il pittore: rilegge l’opera ma sente che è incompiuta perché il pensiero è in continua evoluzione, e come il pittore in ogni istante vorrebbe riscrivere tutto.

Allora la lotta tra mano e testa è vinta dal pensiero? No, perché Breton ha scritto, ha fermato su carta i ricordi grazie a Nadja che in russo è l’inizio della parola speranza. Il senso di incompiutezza è forte: è nel nome, è nel chiedersi non solo “Qui suis-je?” ma mettere in dubbio se si è se stesi “Est-ce moi même?” , è nella casa di vetro che in quanto tale è senza limiti, infinita. Ma il sentimento di non-finito cede alla speranza, a Nadja.

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1 Anche se in questo caso non siamo in pieno surrealismo, parliamo di un precursore se non un ispiratore del movimento.

2 credo che l’apparente dissidio fra sogno e realtà possa risolversi in una specie di realtà assoluta, di surrealtà” , dal Manifesto Surrealista del 1924.

3 Addirittura nel Manifesto del 1924 i surrealisti sono paragonati agli oracoli di Cuma e Delfi.

4 Ben trentacinque anni dopo la prima edizione.

5 Abbondantemente attaccata nel manifesto del ’24.

6 Infatti Dostoevskij ci risparmia le descrizioni in romanzi come “Il giocatore” in cui il soggetto è la psicosi del protagonista, il suo pensiero.

7 Qui è più che evidente tutta la conflittualità del surrealismo con la letteratura.

8 Vanno ricordati gli anni di applicazione dell’analisi freudiana ai soldati della prima guerra mondiale.

9 Notata da Roger Shattuk, in Cahier Dada-Surrealiste.

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